sabato 27 giugno 2009

Cheyenne

Sabato sera. L’ultima sera.

Gentile ma fermo rifiuto al veterinario che ancora una volta vorrebbe vedermi inchiodato davanti ad una tavola imbandita. Tutto piccante. Maledettamente piccante.

Non sono ricco, possiedo un solo culo e non voglio bruciarmelo.

Scelgo la solitudine dell’ultima corsa calabrese.

Un lungo di un’ora e mezza che concludo stanco e sudato fradicio.

Una prova d’amore richiesta alla mia forza di volontà.

Sono come John, il cowboy che sa domare i cavalli.

Anzi sono come Gigi, il pastore che conosce il modo di far camminare il ciuco che si impunta.

Ho stipato i bagagli sulla diligenza.

Domattina presto lo stalliere preparerà i cavalli.

Attraverso le polverose strade del Texas ci attende una intera giornata di cammino.

Viaggeremo senza scorta. Alla stazione di Roma cavalli freschi e riposati prenderanno il posto di quelli sfiniti. Per loro ho previsto un futuro da sfilacci.

Porterò con me il mio vecchio revolver, perché nel villaggio chiamato Firenze si narra del pericolo di attacchi da parte dei Cheyenne.

Non sarò il primo a dirlo, ma il Muso Rosso non avrà il mio scalpo.

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