giovedì 7 luglio 2011

Ad ammirar mio padre...

Dio com'era fitta la nebbia quella sera. Ma quel pomeriggio d'inverno ci sarebbe voluto ben altro per farci rinunciare alla partita di calcio. La nostra partita.
I giacconi sdruciti, quelli ereditati dai fratelli oramai cresciuti, buttati per terra perché di loro ora non v'era più bisogno. Quattro sassi robusti a delimitar le porte.
E il pallone scolorito. Quello di cuoio, come i calciatori veri.
La stradina sotto casa d'un tratto s'infuocò e la nebbia, complice silenziosa, a coprir le parolacce.
Il rumore della ferraglia, la moto che non regge l'impatto con il palo della porta improvvisata ed il ragazzo che impreca.
Scappammo più forte che potemmo, bambini impauriti che sapevano quantomeno di non poter vantar ragione.
Me lo ritrovai proprio dietro di me, mentre mio padre apriva la porta ché ormai s'era fatta l'ora di cena.
Non capii mai come fece a raggiungermi quel ragazzo che quasi m'aggredì per avergli cagionato il botto.
Quello non era certo il tempo in cui un figliolo potea sperar di trovar rifugio nelle burbere braccia d'un padre troppo severo. Mica come adesso che solo a pensar mal del figlio d'altri ti ritrovi in tribunale a spergiurar perdono.
E mentre ormai ero pronto al peggio, pensavo a quel collegio dove mio padre a dì alterni minacciava di confinar me e mio fratello.
E a ripensarci ora mi vengono gli occhi lucidi, ad ammirar mio padre che con male parole cacciò quel ragazzone, colpevole d'aver impaurito a morte il suo figliolo.
...

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