Stefano non molla le redini e protegge il suo destriero dalla solidità dell'asfalto.
Cola il sangue dalla tuta, il cavaliere coraggioso si rialza senza smorfia di dolore.
Gocce di pioggia minacciano il tubolare, ma si riparte per Dio ché la pedivella non può più aspettare.
Tre spavaldi guerrieri s'avviano lesti per l'infame pontara di Garda.
Citar i loro nomi è segno di rispetto verso coloro che non han timore della strada che s'impenna: ormai di Loris, Nicola e Michele non v'è più traccia.
Rientriamo cauti, noi portatori d'acqua ben sappiamo che scortare un ferito è dovere d'un gregario.
Nella strada verso casa a malincuore mi rendo conto che oggi fallirò nella missione che ogni sabato mi tocca in sorte. Non godrò di gambe legnose da consolare né d'un corpo stremato da rianimare.
Volle il fato che in lontananza scorgessi il bianco ed il blu della divisa amica.
Nell'opposta direzione Roberto ed il Bighi come anonimi cicloturisti narravano le meraviglie del Tebaldi ad un gruppetto occasionale. Di queste cose forse dovrei tacere, ma il primo più che altro s'attardava con un'amazzone dalla folta criniera svolazzante.
Giro la bici e inverto la rotta prima che il Dio della Pedivella si possa indignare.
Libero i compagni dalla fuorviante compagnia e con loro m'involo fino a sputtanare anche l'ultima briciola d'energia.
Come d'incanto alla diga ci ritroviamo ricompattando uno sparuto gruppo che stamattina ebbe l'ardor di sfidar le intemperie.
Solitario raggio di sole a forza s'apre un varco tra le nubi, come a voler salutar quel pugno di temerari uomini.
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